RIFLETTIAMO!

La non-scelta : essere mamme in Francia

30 giugno 2015

Essere madri qui in Francia non è una scelta. Mi spiego: una scelta è sempre un’opposizione tra due, uno scarto, preferire o dover optare per una soluzione piuttosto che un’altra. E rinunciare a quello che si è scartato.

Per quel che vedo, per quello che ho letto e per i racconti che mi fanno le mie amiche, in Italia e in molti altri paesi dell’Europa essere madre è una scelta. Spesso una scelta tra carriera e famiglia, ma più in generale tra essere madri e realizzarsi personalmente, o ancora essere madri al 100% ed essere donne. Sia chiaro, penso che tutte queste opzioni siano realizzabili insieme o separatamente, che tutte queste scelte se spontanee e dettate da profondo desiderio personale, siano la soluzione perfetta per ognuna di noi. Prima di avere figli, come tanti, ero la massima esperta di genitorialità e giudizi. Dopo, sono arrivata ad un’unica conclusione: ognuno fa quello che può.

Ma quello che mi lascia perplessa (e parlo in prima persona) è quando queste scelte sono prese per costrizione, per un diktat della società, per un subdolo pensiero che si infila nelle nostre teste e che porta a pensare di non avere il diritto di volere tutto. Insomma, quando la scelta non esiste. Quando per questioni economiche, logistiche o sociali, si deve scegliere tra essere madri o lavorare per esempio. O essere mamme e poter conservare del tempo per sé, per le proprie passioni o anche solo per le frivole attività che tanto fanno bene al corpo e alla mente.

clip_image006 (2)Essere genitori in Francia non è una scelta. Nella maggior parte dei casi, queste donne e uomini diventano genitori, punto. La vita si aggiusta in conseguenza e il mondo non si ferma. Continuano a lavorare, a dedicarsi ai loro hobbies, ai loro amici, a uscire per andare al cinema, al corso di tennis o che altro. Come fanno? Sono aiutati. Da sempre, almeno per la mia generazione, hanno dietro uno Stato che funziona e che offre loro nidi, asili, tate e sovvenzioni economiche. Certo, non sempre e ancora non abbastanza. Laddove in Italia esiste la famiglia, qui c’è lo Stato. Al posto dei nonni, c’è la Caf, Caisse d’Allocation familiale, che ti consente di assumere una tata full-time, scaricare la metà del suo stipendio dalle tasse, e ricevere una sovvenzione per l’altra metà. Al posto degli zii e cugini, c’è il Centre des Loisirs, i centri che ti tengono i bambini fino alle 18.30 tutti i giorni e durante le vacanze. Al posto delle sempre presenti mamme, al parchetto, ci sono tantissimi papà, che possono prendersi dei RTT (Réduction du temps de travail, giorni di riposo pagati), o che possono lavorare come free-lance perché in certi settori sono aiutati moltissimo.

Non è tutto oro quel che luccica e di sicuro fa effetto pensare che moltissime mamme qui tornano a lavorare quando il loro bebè ha 3 mesi, sembra quasi un abbandono. Si può obiettare che questi bambini crescono con pochi legami affettivi, soprattutto familiari, e di questo sono convinta. Di sicuro anche qui rimane tanta strada da fare a livello di parità e, ancora oggi, in una città come Parigi, se stai facendo carriera in certi ambiti e ti fermi per fare un figlio, sei penalizzata. Il punto su cui riflettevo oggi non è questo, però.

Il punto è che tutta questa libertà i genitori francesi, prima ancora che nella società in cui vivono, se la prendono nella loro testa. L’autorizzazione implicita a prendersi del tempo per sé per una mamma, spesso non si pone neanche perché è cosa acquisita. È una non-scelta per me, perché prima di essere una condizione esterna dettata dalla società, dal mondo del lavoro, dalle famiglie, questo modo di pensare e sentirsi mamme viene dalle mamme stesse. Come qualcosa che convive perfettamente, certo a grande fatica per la stragrande maggioranza di loro, ma vive lo stesso INSIEME all’essere donna, amica, sorella, impiegata, figlia. Non prima, insieme.

172HLungi da me scandire grandi verità o determinare un modello vincitore tra paesi, sono solo riflessioni in ordine rigorosamente sparso, dettate da un semplice, banale evento. Qualche giorno fa ho accompagnato mia figlia a una gita scolastica. Per riassumere: caldo torrido, 40 bambini sotto i 5 anni, uno stuolo di maestre, accompagnatori, genitori. Mattinata a raccogliere fragole sotto il sole e tra il boato degli aerei dell’aeroporto che si trovava a CINQUE metri. Tragitto in autobus tra vomiti e liti vari, altra mezza giornata in un parco immenso a rincorrersi, giocare, fare pipì dietro i cespugli, fra amicizie interrotte per qualche sei-sette secondi e pianti relativi. Tra ferite e ustioni di vario grado. Ritorno in autobus, musica, aria condizionata a palla. (e meno male che dovevo riassumere…) Scendiamo dal pullman, vicino alla scuola, mia figlia che come tutti si era addormentata, è subito stata svegliata. Eccola quindi gonfia di sonno e stanchezza, incazzata e zozza di terra, erba, fragole e cherosene degli aerei. E in più affamata perché al pranzo al sacco che le preparo io, lei mi risponde da sempre con lo sciopero della fame. Perciò, dopo la capata a scuola per prendere le sue cose, me la sono caricata in braccio per portarmela a casa. E lì, incrocio un’amica-mamma di due gemelle (che erano in stato catatonico) che stava uscendo da sola lasciando le gemelle strafatte al doposcuola. Dico “ah tu non le porti a casa le bambine?”. E lei col rossetto appena rimesso: “Ouaiiiis, ma le prendo fra un’ora. Prima vado a casa a fare pipì, mi riposo un attimo e mi bevo un caffe tranquilla” 
Ecco: un caffè. Tranquilla. E poi le bimbe.

 

By La Brune

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1 Comment

  • Reply Sonia 31 agosto 2015 at 15 h 51 min

    Bellissimo!
    Condivido pienamente….

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