BOLOGNA RIFLETTIAMO!

Il mio “Erasmus” in famiglia

28 giugno 2018

Vivo in Erasmus da più di 6 anni.

Si, insomma…metaforicamente parlando.

Quello vero avrei voluto farlo in Spagna, come la maggior parte degli studenti di giurisprudenza della mia età.

Ma la vita é imprevedibile e quando fu il momento di presentare la domanda non lo feci. Non era l’anno giusto.

E così, il sogno di cazzeggiare a ritmo di Gypsy Kings e sangria studiare all’estero svanì nel nulla, restandomi addosso per anni come qualcosa di incompiuto, uno dei famosi rimpianti (che si dice siano pure peggio dei rimorsi).

Sarà per questo che arrivata alla bella età di 33 anni non ebbi dubbi quando mio marito tornò a casa proponendomi di partire.

Un’avventura di navigazione a vista, terribilmente affascinante quanto potenzialmente ansiogena.

La meta non era esotica come la Spagna? Certo che no, ma sai quanti pastin e vin brûlé in piazza dei Martiri!

Dopo Belluno fu la volta della bella Parigi, ben più di quello che potessi desiderare.

Un Erasmus tardivo perfettamente all’altezza delle mie aspettative di gioventù. Un’esperienza che ha visto crescere me, e noi.

A Bologna non ci volevo proprio andare. Ma ora che l’avventura volge al termine, quasi quasi mi ci sono affezionata.

Perché tutti quelli che hanno fatto un erasmus o una qualunque esperienza all’estero sanno che si parte pieni di pregiudizi e si torna con l’impressione di averli fatti a pezzi, tutti o quasi.

Cosa ho imparato in questi sei anni “fuori sede”?

Ho imparato che le persone si rivelano piano piano.

Che devo imparare ad essere meno snob e prevenuta.

Che tutte le volte che mi é capitato di pensare “questa non la frequenterò mai. ridatemi i miei vecchi amici” ho finito per affezionarmici.

Che tra simili ci si usma subito. Dal primo scambio di battute ad una festa di bambini in cui non conosci nessuno e lei é l’unica che ti rivolge la parola con quel fare affabile che ti ricorda un’aria di famiglia.

Che le stronze della prima ora quelle invece no che non le cambi: tali sono e tali restano, fino alla fine.

E che su 20 persone con cui ti prometti di mantenere i rapporti lo farai per davvero con 2 o 3, ma quelle saranno amicizie per sempre.

Che il luogo comune “nelle città piccole la qualità di vita é più elevata” é la più grande bufala che ti possano raccontare. Perché nella grande città trovi il comfort e i servizi di un villaggio con il vantaggio di poter fare, vedere, visitare, mangiare, studiare, comprare tutto quello che vuoi, quando vuoi, come vuoi. E anche se non lo fai, nella tua testa sai di poterlo fare.

Che mentre trascorri i mesi a pensare al prossimo cambiamento, la città in cui sei ti entra nelle ossa, le persone si fanno spazio nel tuo cuore e le tue figlie cementificano amicizie profonde come il solco che lascerà nei loro piccoli cuori la partenza.

E che ti sentirai sempre un po’ in colpa per questo.

Che non bisogna farsi prendere dallo sconforto, perché ci sarà sempre e in qualunque città, ma poi passa, giuro.

Che non é la situazione intorno a te a cambiare, ma il tuo punto di vista.

Che quando i traslocatori inizieranno a caricare il camion e la casa si svuoterà, anche il tuo corpo si svuoterà di energie e in gola sentirai quel groppone che passerà solo con una cena nel tuo ristorante preferito con la persona che ami e con un buon bicchiere di vino ghiacciato.

Che qualunque “chimelhafattofare“, lacrima, tristezza, nostalgia, fatica fisica e psicologica, vale la pena. Qualunque esperienza “fuori sede” ti trasforma.

Che qualunque vetta si conquista a fatica, le gambe rotte in due, le spalle dolenti, ma quanto é bello poi vedere il panorama dall’alto e dire “ce l’ho fatta solo con le mie forze!”.

By La Blonde (in quasi partenza)

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